RAPPORTI CON GLI AMICI

Il diabete giovanile insulino-dipendente comporta pesanti condizionamenti per la vita del paziente ed inevitabili conseguenze sul piano psichico. Da un lato le relazioni familiari ed extra-familiari vengono influenzate dai vissuti e dalle fantasie del bambino relative alla malattia, dall’altro le diverse modalità di lettura della famiglia relative alla patologia, vengono inevitabilmente trasmesse al bambino malato e determinano precise conseguenze a carico di:

1) sviluppo dell’identità personale, che può essere influenzato da:

  •  genitori che non trasmettono al bambino la valorizzazione necessaria per lo sviluppo positivo di se stesso

  •  dati che il bambino ricava successivamente dal confronto con altri

  •  traumi o tensioni che cure e ospedalizzazioni possono provocare

2) processi di autonomia e socializzazione che possono essere ostacolati da:

  • insicurezza derivante da sofferenze fisiche e/o da periodi di esperienze limitative

  • atteggiamento iperprotettivo e limitante le esperienze extra-familiari da parte dei genitori (es. divieto di partecipare a gite scolastiche, uscita con gli amici, partite ecc.)

  • difficile accettazione della frustrazione da parte del bambino malato

Tutte queste interferenze, di tipo relazionale e sociale, possono agire con più forza se persistono  nel tempo.
Le reazioni del bambino alla malattia sono prevalentemente in rapporto al suo livello di età. Lo sviluppo cognitivo, infatti, gli permette di comprendere aspetti della malattia e situazioni familiari che gli apparivano confusi e misteriosi. Mentre nella prima infanzia i ragionamenti del bambino sono ancora basati sulla percezione e non sui legami causa-effetto, gli interrogativi e le esperienze traumatiche che la malattia comporta restano spesso senza spiegazione logica: le cure mediche non vengono comprese nel senso della loro utilità ed il bambino può sentirsi responsabile della propria condizione morbosa oppure fornire spiegazioni di tipo magico e compiere generalizzazioni non corrette.
Via via che il bambino cresce, la percezione si evolve: nello stadio del pensiero concreto egli diviene capace di cogliere più di un aspetto della situazione e di considerare un fenomeno da diverse angolature, ma ha sempre bisogno che alla base dei suoi ragionamenti vi siano eventi concretamente sperimentati. Con l’entrata nella scuola i bambini iniziano a passare più tempo lontano da casa e acquistano una certa indipendenza dai genitori e dagli altri familiari ma, in parallelo, anche una certa dipendenza dal gruppo dei pari. Il bambino inizia a rapportarsi ai suoi coetanei sani che a loro volta si rapportano con lui; tali esperienze contribuiscono ad approfondire la consapevolezza della malattia e determinano spesso sentimenti di diversità e di ansia ("perché tu non puoi mangiare la torta?").
Questo vissuto può essere accentuato dalle attenzioni eccessive degli insegnanti e dalle domande curiose dei compagni, ma sicuramente appare determinante il comportamento della famiglia riguardo al diabete. Quando i genitori sperimentano la malattia con forti sensi di colpa e di vergogna, il bambino associa al sentimento di diversità un’ansia continua, legata alla situazione che possono manifestare i segni della malattia come un’improvvisa crisi ipoglicemica o la necessità di un’iniezione.
Un errore degli adulti è di consigliare al bambino di tenere nascosta la malattia: questo non solo gli impedisce di accettarsi e di sviluppare un sentimento di autostima, ma anche può ostacolare la comunicazione all’interno del gruppo di riferimento relativa alla propria condizione di malattia. E' utile far capire al bambino i limiti e le caratteristiche della sua malattia perché solo una comprensione obiettiva può portare a una serena accettazione del proprio stato e alla percezione di poterlo controllare.
E’ stato rilevato che il bambino proprio verso gli 8 anni compie un passo avanti nel superamento dell’egocentrismo e nel bisogno di identificazione con i compagni; il bambino diabetico diventa più consapevole dei limiti imposti dalla malattia e avverte con più frustrazioni qualsiasi elemento che tende a differenziarlo dai coetanei.
Fino agli 8 anni le iniezioni e la dieta sono fattori che pesano maggiormente: se l’iniezione può essere vissuta come invasione persecutoria, la dieta pone invece da un lato, un problema legato all’immagine sociale e dall’altro complica il rapporto con il cibo che si fa pressante nel bambino allorché si sente costretto ad escludere dalla dieta dolci o altre leccornie. Questo elemento nella fase scolare contribuisce ad alimentare insieme ad altri fattori il senso di diversità scatenato dal confronto con gli altri.
Relativamente al rapporto con il gioco le madri vivono spesso questo momento con l’incubo di una possibile crisi ipoglicemica e finiscono con imporre ulteriori restrizioni che influiscono sull’equilibrio psichico del soggetto e possono condizionare la capacità di relazionarsi coi coetanei. L’ansia legata al possibile insorgere del coma esprime la presenza costante e minacciosa del rischio di morte nell'esperienza del bambino e dei suoi familiari. Il bambino può a volte perpetuare l’atteggiamento di simbiosi nei confronti del genitore manifestando atteggiamenti di dipendenza e attuando una regressione rispetto alle fasi precedenti; sintomatica è la tendenza a scegliere bambini più piccoli come compagni di gioco e ad assumere atteggiamenti protettivi nei loro confronti, proiettando così su di loro i propri bisogni (Corradin a Herle, 1992).
Interferenze con il normale processo evolutivo possono poi tradursi in situazioni di grave difficoltà individuale e interpersonale durante l’adolescenza, periodo complesso anche per un ragazzo sano e quindi ancora di più per un ragazzo malato. La malattia cronica può infatti interferire da un lato, con i bisogni di autonomia e di indipendenza tipici di questa fase evolutiva e dall’altro con la costruzione di un’immagine di sé stabile e soddisfacente. In questa fase viene inoltre ad acuirsi quel sentimento di diversità già emerso durante la latenza ed ora così legato al bisogno di sostegno da parte dei pari e all’esigenza di apparire socialmente accettabile.
Lo sviluppo cognitivo caratteristico del passaggio all’adolescenza, permette inoltre di formulare ipotesi, di confrontarle mentalmente e di fare previsioni: compaiono le preoccupazioni relative alle possibili complicanze e al proprio futuro, inteso come quel complesso di progetti che comprendono la realizzazione lavorativa, il matrimonio, la sessualità e la possibilità di procreare.
Nelle ragazze in particolare, emerge una sorta di inquietudine riferita non tanto alle prime esperienze sessuali, quanto piuttosto alla gravidanza ed alla maternità; i ragazzi temono spesso la comunicazione della malattia ai membri del gruppo di riferimento e il confronto con l’altro sesso. La tipica fluttuazione emotiva di questo periodo fa apparire anche una serie di emozioni e vissuti spesso molto confusi e opposti.All’interno di questa ambivalenza alcuni autori hanno evidenziato alcuni tipici sentimenti o problemi emotivi che possono complicare l’adattamento alla malattia, in particolare è stata sottolineata la presenza di vissuti ansiosi e depressivi.
Contrastanti appaiono gli studi relativi all’influenza della malattia sullo schema corporeo: alcuni depongo per un vissuto di malattia svalorizzante in termini di autostima, coscienza di sé e immagine corporea poiché il pensiero che il corpo possa alterarsi in certe aree prima di altre interferisce molto con l’immagine di sé che si sta costruendo. M. Di Iullo e G. C. Zavattini (1984), al contrario, confrontando i risultati ottenuti dal loro campione con quelli di un gruppo di controllo, costituito da soggetti sani con analoghe caratteristiche , non riscontrarono alcuna differenza significativa nell’articolazione dello schema corporeo.
L’adattamento alla malattia si complica se il ragazzo non è accettato in famiglia, se cioè egli si rende conto di non rispondere a certe aspettative, di creare dei problemi o di essere all’origine di delusioni. In tal caso i rapporti con i coetanei diventano più difficili, a volte sono addirittura rifiutati. Ciò che occorre è invece un buon rapporto con i coetanei perché aiutano nel processo di indipendenza dalla famiglia e creano un clima di solidarietà che permette di attenuare quel denso di diversità sopra citato. Alcuni autori sono giunti alla conclusione che il controllo della malattia possa essere collegato al controllo delle angosce ad essa connesse e possa influire con un’azione di rinforzo della sicurezza e dell’integrità del sé, mediata dal ruolo attivo assunto nei confronti del diabete. Kovacs et al. (1990) in uno studio a partire dal 1978, hanno riscontrato come, nonostante la convivenza con la malattia inducesse negli adolescenti la comparsa di sintomi ansioso depressivi, i valori rimanevano comunque a livello subclinico, così come il grado di autostima poteva essere considerato positivo.
Infine, uno studio condotto da M. Bouras e F. Delain (1987) su un gruppo di bambini e adolescenti diabetici indica che i pazienti non rappresentano al centro della loro vita psichica la malattia, ma piuttosto altre cose concernenti le questioni e i problemi tipici dei loro coetanei ("Siamo adolescenti con il diabete e non diabetici adolescenti).
Qualora non interferiscano con la diagnosi di malattia difficoltà familiari preesistenti e situazioni psicopatologiche individuali o familiari, i risultati sopracitati depongono per una sostanziale resistenza emotiva dei pazienti diabetici in età evolutiva e quindi per una vita affettiva e relazionale sana e soddisfacente. 

                                                                                                                                                      Barbara Gruppioni 


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