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FASE POST-DIAGNOSTICA: PROBLEMATICHE PSICOLOGICHE RIFERITE AL GENITORE
Sebbene la malattia diabetica non comporti modiche corporee
esteriori, né alterazioni della capacità attentive e una corretta
osservanza del regime terapeutico consenta di mantenere condizioni generali
soddisfacenti, la diagnosi di malattia e quindi la stessa cronicità, la
complessità del regime, la frequenza dei ricoveri ospedalieri e le
restrizioni dietetiche rappresentano un evento traumatico nella storia di una
famiglia e rendono necessaria una riorganizzazione pratica della gestione
familiare con continue e pesanti interferenze nella vita emotiva del paziente.
J. de Ajuriaguerra (1979) articola in tre fasi
l’evoluzione delle reazioni familiari all'insorgenza dei sintomi della
patologia al momento della diagnosi:
-
il periodo dello shock iniziale
-
il periodo della lotta contro la malattia
-
il periodo di riorganizzazione ed accettazione
Durante i primi giorni, che generalmente coincidono con un
ricovero ospedaliero per accertamenti, si manifestano prevalentemente emozioni
confuse, caratterizzate da ansietà, incredulità, stordimento;
alcuni genitori possono sperimentare uno stato di continua tensione e
preoccupazione, altri manifestano sintomi depressivi.
Le fasi indicate possono variare infatti per durata e gravità
da una famiglia all’altra: in certi casi lo shock iniziale è di
breve durata e tale da venire superato in modo adeguato, in altri è
talmente grave da produrre una completa disorganizzazione.
IL PERIODO DELLO SHOCK INIZIALE
La diagnosi di malattia cronica determina vissuti angoscianti
(frasi del tipo: "C’è crollato il mondo addosso",
"E’ stata una mazzata tremenda", E’ come se mi avessero
squartato" sono alcuni esempi), di fronte ai quali vengono messe in atto
diverse modalità difensive. Steinhauer e coll. (1977) hanno evidenziato
che una reazione molto diffusa all'esordio della malattia è il diniego
(rifiuto della percezione di un fatto che s’impone nel mondo esterno) che
si manifesta con incredulità alla diagnosi. Tale reazione difensiva, che
inizialmente può risultare adattiva rispetto alla difficoltà ad
accettare e superare il trauma, porta talvolta alla penosa ricerca di un parere
diagnostico diverso o addirittura d’interventi risolutivi magici e
obiettivamente inefficaci (es. pranoterapia).
Se tale atteggiamento si protrae ed è associato ad
aggressività e risentimento verso il personale sanitario può
ostacolare la comunicazione con i medici e quindi l’accettazione della
malattia e delle cure.
Al diniego possono essere associati o far seguito sentimenti
d’ansia e depressione. Sebbene l’eziopatogenesi del diabete sia
plurima, la componente d’ereditarietà si traduce spesso in un senso
di colpa che può manifestarsi nell'eccessiva tolleranza e iperprotettività
verso il figlio malato.
Inoltre molti genitori si colpevolizzano ritenendosi la causa
della patologia del figlio o per non averlo seguito in modo adeguato o per aver
favorito l’insorgenza della malattia attraverso un’alimentazione
sbagliata. La malattia viene quindi vissuta come una giusta
"punizione" alla propria inadeguatezza parentale, vissuto drammatico
che determina stati di profonda depressione e prostrazione.
Alcuni autori (Ricci Bitti, 1977) hanno notato una reazione
aggressiva dei genitori verso il figlio malato. Per alcuni infatti, la malattia
viene vissuta come "ferita narcisistica" che può scatenare
aggressività nei confronti del figlio identificato come la causa
frustrante. Una tale reazione, inizialmente giustificata dall’impatto con
un evento che comporta, di per se, una grossa "perdita" (perdita della
salute in quello che precedentemente era considerato come un figlio sano), può
costituire nel tempo un grave ostacolo al normale processo di autonomizzazione.
Solitamente infatti, la medesima iperprotettività materna viene
interpretata come reazione al senso di colpa derivante dal rifiuto e
dall’aggressività per la ferita narcisistica subita.
IL PERIODO DELLA LOTTA CONTRO LA MALATTIA
Si tratta di un periodo di vera e propria crisi per la
famiglia, che si vede costretta a riorganizzare la propria vita in conformità
delle nuove esigenze del bambino malato. In questa fase, i genitori manifestano
una serie di preoccupazioni relative alla difficoltà nell’eseguire
le varie prescrizioni connesse con la dieta o la terapia insulinica. A questo si
aggiunge il pericolo di possibili crisi ipoglicemiche e/o chetoacidosiche
inizialmente difficili da individuare (che si cerca di ravvisare tra pallori,
sudori, stanchezza) e la necessità di tollerare il ruolo genitore
cattivo-persecutore che nega il cibo e infligge dolore (con le iniezioni).
La letteratura riporta il maggior coinvolgimento di uno dei
due coniugi, in particolare della madre, nell’assunzione di responsabilità
connesse all’autogestione che spesso risultano notevolmente gravose:
inizialmente la preoccupazione è concentrata sull’esecuzione di
alcuni compiti pratici, come le iniezioni, successivamente la tensione è
legata soprattutto al timore delle complicanze e delle aspettative di vita per
il proprio figlio, che si manifestano in gran parte come un groviglio di
emozioni e percezioni altalenanti, spesso rimosse o comunque non condivise.
Le modalità di reazione materna possono essere le più
varie e le pratiche terapeutiche possono diventare il "luogo"
privilegiato dove "giocare" le dinamiche relative ai processi di
separazione-individuazione in particolare in età evolutiva.
Una tipica tendenza riscontrata è quella d’avere
comportamenti iperprotettivi che tendono a posticipare l’acquisizione
d’autonomie, come il passaggio di gestione della malattia.
Accanto a questa, si può riscontrare anche
un’atteggiamento ambivalente che riflette la presenza di un’ostilità
inconscia nei confronti del figlio e che potrebbe favorire l’emergenza in
quest’ultimo di comportamenti oppositivi e atteggiamenti di
rifiuto-negazione della malattia.
La variabilità ditali reazioni è difficile da
spiegare: può dipendere dalla storia personale delle madri e dalle
precedenti esperienze di perdita ma anche l’età del bambino al
momento della diagnosi ha un peso rilevante nel determinare la reazione materna.
Globalmente il tipo d’adattamento conseguito dalle
figure materne appare relativamente buono, nel tempo, anche se la percezione
delle madri relativamente ai propri figli attesta la generale tendenza ad
individuare e sovrastimare gli aspetti negativi, relativamente all’umore e
ai possibili problemi di adattamento.
Per quanto riguarda l’influenza esercitata dalla
malattia sui rapporti esistenti fra le figure genitoriali, si può
assistere, nel migliore dei casi, alla consapevolezza che le tensioni possono
alterare il livello glicemico e quindi è necessario il sostegno reciproco
e la mutua collaborazione per affrontare una tale condizione di stress cronico
oppure, nel peggiore, alla slatentizzazione di tensioni coniugali che sfociano
in vere e proprie crisi matrimoniali.
Inoltre, anche se le ricerche hanno evidenziato risultati
spesso contrastanti, emerge l'importanza del contesto psicosociale nel
determinare il tipo di reazione all'evento nella coppia dei genitori: se da un
lato T. Wysocky et al. (1989) hanno sottolineato come nelle famiglie con basso
livello socio-economico le madri sembrano riportare maggiori problemi
d’adattamento, dall’altro Kovacs et al. (1990) hanno riscontrato
sintomi depressivi più frequentemente nelle donne di ceto più
elevato, quasi che il maggior grado di istruzione le ponga in una condizione di
maggiore consapevolezza riguardo alle possibili implicazioni connesse al
diabete.
Un altro elemento che può influenzare il tipo di
risposte emotive della famiglia è sicuramente rappresentato
dall’atteggiamento del medico.
A volte purtroppo i medici concorrono all'atteggiamento
difensivo sopracitato innescando con i genitori un tipo di relazione che Cramer
(1979), chiama "collusione del silenzio" indicando che "le
attitudini del medico e della famiglia s’ingranano e rinforzano a vicenda
per giungere al punto in cui il dialogo resta limitato agli aspetti routinari
esteriori della malattia "non prendendo in considerazione le richieste del
mondo degli affetti (quest'ultimo punto riguarda l’altro grande capitolo
relativo alla condizione di stress e di frustrazione del medico che si trova a
dover elaborare i propri vissuti d’impotenza di fronte ad una patologia da
cui non si può guarire).
Anche Moran (1984, 1987) ha messo in evidenza il rischio che
manchi sul piano evolutivo quella che in psicoanalisi viene chiamata una
"buona scissione" tra aspetti corporei e aspetti mentali. In altri
termini, poiché il diabete richiede un investimento sulle funzioni del corpo
superiore al normale, si corre il rischio che la malattia e le variazioni
glicemiche da questa determinate, si sostituisca o venga parificata ad impulsi,
sentimenti o pensieri inaccettabili oscurando così la natura del
conflitto psichico. La famiglia o l’équipe medica può tendere a
spiegare l’esperienza psicologica, specialmente la presenza di forti
emozioni, come il risultato di un livello anormale di glucosio o di disfunzione
metabolica (alcune madri consigliano al proprio figlio diabetico di provare la
glicemia quando lo vedono nervoso o triste).Ovviamente questi aspetti sono
rilevanti e influenzano il paziente ma può esservi il rischio di un
mancato riconoscimento e lettura di emozioni autentiche e genuine, inducendo una
confusione tra vita psichica ed esperienza diabetica, quella che Cramer (1979)
ha definito un’ "agglutinazione tra malattia e vita psichica".
Infine, le evoluzioni possibili dopo il periodo di lotta alla
malattia possono essere:
-
Soluzione della crisi: la famiglia accetta
realisticamente la malattia e si adatta alle sue limitazioni e ai sentimenti
provocati da questa (fase dell’adattamento maturo).
-
Cronicizzazione della crisi: la malattia e le
restrizioni non vengono mai accettate realisticamente e la famiglia rimane in
uno stato di crisi (squilibrio emotivo o disorganizzazione persistente).Alcune
famiglie arrivano a modificare i rapporti con gli amici ed i parenti perché si
vergognano e negano a livello sociale lo stato di patologia; questo
"segreto" risulta quindi indicibile, non comunicabile neppure
all'interno della famiglia determinando vissuti di profonda angoscia nel
paziente che non si sente "contenuto" né protetto ma viceversa
minacciato nella sua integrità perché deve rinunciare alla possibilità
che la sua sofferenza venga accolta ed elaborata. I bambini, sensibilissimi a cogliere angosce e stati
d’animo dei genitori molto spesso finiscono per colludere con questa
dinamica familiare evitando di toccare l’argomento e di mostrare le
proprie difficoltà nelle diverse circostanze terapeutiche.
-
Disintegrazione familiare: la famiglia non è
stata in grado di tollerare e assorbire al suo interno uno stato di stress
cronico e di mettere in atto adeguate strategie d’adattamento; in alcuni
casi si può assistere alla separazione dei coniugi oppure a pericolosi
atteggiamenti di non compliance da parte del membro malato.
Per tutto quanto è stato detto, ai fini di un
intervento efficace che non prenda in considerazione soltanto l’aspetto
organico della malattia, è molto importante comprendere il tipo
d’organizzazione familiare e le modalità di relazione al suo
interno perché queste sono "responsabili" della lettura e del
significato dato alla malattia.
In tal modo la famiglia e il contesto sociale più
allargato possono soddisfare la richiesta del paziente di essere riconosciuto
come bambino con il diabete piuttosto che come diabetico con problemi evolutivi;
con ciò si intende che è necessario riconoscere il bisogno di
vedere la propria identità non "confinata" nel ricordo
esclusivo della malattia.
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-
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