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I PROBLEMI PSICOLOGICI DEL
BAMBINO E DELL'ADOLESCENTE DIABETICO
Gli studi sul rapporto tra stato di
salute e malattia, iniziati negli anni 30, danno molta importanza allo sviluppo
psicologico: a differenza delle affezioni acute, che alterano le abitudini di
vita solo temporaneamente, le malattie croniche, protratte nel tempo, incidono
sulla vita ed inoltre le turbe emotive influiscono sul decorso della malattia.
Soprattutto nel caso di malattie croniche insorte in età evolutiva nasce
così la necessità di prestare attenzione ai correlati psicologici,
in rapporto agli stadi di sviluppo psicofisico del bambino, e di focalizzare
problematiche specifiche al fine di affiancare un supporto psicologico rivolto
al giovane paziente e alla sua famiglia.
Il processo più importante che
è implicato nelle manifestazioni morbose di carattere cronico è
quello della separazione dall’immagine del corpo così com’era
nella fase di vita precedente la malattia. (Bertola, Cori, 1988).
Questo processo d’ampia
ristrutturazione e d’integrazione del proprio essere malato all'interno
del proprio sistema di personalità ha un valore largamente dipendente
dalla condizione in cui si verifica: l’elemento più importante
sembra essere senz’altro la struttura di personalità e la modalità
d’adattamento del soggetto precedente al manifestarsi della malattia.
Inoltre, è molto importante la fase di vita in cui essa si manifesta,
poiché ben diversa è l’incidenza del sintomo in un bambino, in un
adolescente o un giovane adulto.
Altri fattori sono il tipo di contesto
familiare e sociale che fanno da orizzonte al processo morboso, le circostanze
in cui si verifica l’esordio clinico della malattia e le caratteristiche
della malattia stessa.
Ciò che distingue il diabete da
altre malattie croniche è l’incessante autogestione che esso
richiede ai pazienti ed alle loro famiglie, con un senso di responsabilità
molto forte sin dalla diagnosi, per cui è necessario un cambiamento dello
stile di vita familiare: il diabete incide sul cibo, sull’attività
fisica, sul tempo, imprimendosi ogni giorno nella routine familiare. Inoltre, il
diabete infantile si caratterizza per la necessità che il bambino
s’identifichi con la persona che lo cura e faccia suoi dei divieti in età
in cui l’introiezione di ciò che si deve fare e di ciò che
non si deve fare è notevolmente oscillante e dipendente dalle figure di
riferimento. Così il controllo della malattia è importante ma
l’intensità, la rigidità e la precocità delle regole
e della condotta di vita che il bambino è educato a adottare possono
creare dei problemi, rischiando di essere talmente massive da fissare piuttosto
che di maturare l’Io e da stroncare piuttosto che elaborare lo sviluppo.
Inoltre, per il bambino, il non uniformarsi o il ribellarsi al sistema di
regole, corrisponde sempre al sentirsi male o all’essere regolarmente
scoperto, ma anche i ragazzi che fanno felici i medici e si autogestiscono molto
bene, con la ricerca della glicemia "perfetta", possono avere dei
problemi.
IL TRAUMA DELLA DIAGNOSI
Con la conferma della diagnosi e la
formulazione di una prognosi il soggetto si adatta –o non si adatta- alla
propria realtà adottando una o più strategie combinate.
Esistono varie fasi in questo processo
che possiamo sintetizzare:
-
La comparsa della prima
sintomatologia, talora preceduta da un’inquietante e indefinibile
sensazione di malessere, di forte disagio senza che egli sia in grado di farsene
una ragione, con l’angosciosa sensazione che la sua realtà sta
andando incontro ad un processo inspiegabile.
-
La diagnosi, che comprende una fase
d’ambiguità, tra negazione del fatto patologico e accettazione
passivo – regressiva del fatto stesso, per arrivare all'accettazione
realistica. Essa acquista il valore di momento della verità, una sorta di
giudizio che connota il passaggio da un’autentica situazione di relativo
benessere ad un’altra che non è affatto rassicurante.
-
La comparsa di un "fattore di
realtà importante": non è più il corpo di prima, ma un
corpo ormai malato.
La ristrutturazione della propria
identità coinvolge sicuramente alcuni aspetti consapevoli della
personalità del soggetto, ma la maggior parte delle dinamiche implicate
è inconscia. La situazione primitiva fisica viene ad essere investita di
un sentimento nostalgico, talora infondato, e ci sono vissuti
d’inadeguatezza. Inoltre, la previsione che la condizione patologica
è inguaribile implica un costante riferimento da parte del paziente
all’evento terminale, spesso fantasticato in modo irrealistico come
diretta conseguenza dell’affezione cronica che lo ha colpito.
La fantasia inconscia che coniuga la
malattia con la morte induce solitamente dei clamorosi adattamenti difensivi,
che determinano o accompagnano la modificazione delle abitudini di vita del
soggetto, talvolta con esiti di difficile gestione da parte delle persone che
accudiscono il malato. E’ in seguito a questa dinamica che si verificano a
volte attacchi contro il personale medico, paramedico, i familiari ecc.,
mancando la possibilità di aggredire la causa reale della sofferenza.
La negazione consiste nel negare che la
rappresentazione presente nella coscienza sia rilevante per il soggetto: molto
spesso il malato cronico nega che la sua affezione possa aver conseguenze
difficili da accettare.
La intellettualizzazione consiste in un
investimento massiccio nella scoperta degli aspetti maggiormente legati alla
razionalità e allo studio delle cause che hanno portato alla malattia. Di
solito questo tipo di pazienti leggono moltissimo circa la loro affezione, sono
aggiornati sulle tecniche terapeutiche, conoscono controindicazioni,
caratteristiche dei farmaci, e così via.
La regressione è
l’adozione di modalità, atteggiamenti, e/o comportamenti della vita
precedente.
Il successo o l’insuccesso di
queste manovre sarà dovuto alla capacità che avranno coloro che lo
circondano di incoraggiare e rinforzare i meccanismi difensivi più
maturi, le strategie più soddisfacenti, le modalità più
compatibili con un livello ottimale di vita. Si tratta di aiutare la persona a
trovare dei significati alla propria vita al di là delle condizioni di
malattia, che non deve essere l’unico elemento fondante
dell’esistenza. Il momento della diagnosi, a questo proposito, si è
rivelato essere di cruciale importanza.
All’interno di questa relazione
decisivo è il comportamento del medico: lo stile di comunicazione, la
consapevolezza riguardo le preoccupazioni del paziente, la competenza e le
qualità personali, le tonalità affettive del rapporto.
Una conoscenza del malato e dei suoi
familiari, dei suoi bisogni conoscitivi e delle sue esigenze emozionali, può
fornire quei punti di riferimento in base ai quali essi sapranno scegliere il
luogo, il momento ed il comportamento adatti, il tempo necessario, le parole,
ecc. per la comunicazione della diagnosi, segnando l’inizio di una
relazione terapeutica destinata a protrarsi nel tempo.
Il successo della terapia dipenderà
dalla capacità da parte del paziente di mediare tra le sue esigenze i
limiti imposti.
E’ vero che il principale attore
di questo dramma è il malato, con le sue risorse e le sue capacità,
ma l’aiuto che gli viene dall’esterno può essere
fondamentale. Quindi, è necessaria molta cura ed attenzione al corpo
dell’individuo, ma non solo: bisogna considerare anche la gamma delle sue
reazioni psicologiche, in modo che vengano evidenziate le risorse per la
migliore qualità di vita possibile.
ADOLESCENZA
Questa fase dello sviluppo,
particolarmente delicata, è a rischio in quanto spesso si hanno delle
cadute nel controllo della malattia. Ci può essere sia la negazione (non
esiste il diabete) oppure tratti depressivi (non è solo il pancreas che
non funziona ma tutta la persona), con paura del deterioramento del proprio
corpo.
In generale, comunque, nell'adolescente
diabetico i conflitti tipici dell’età sono più accentuati,
quindi più che di adolescente diabetico si dovrebbe parlare di
adolescente.
Nell’adolescente è
determinante l’esigenza di sentirsi normale, per cui alla semplice
diversità il ragazzo fa corrispondere l’idea di
un’insostenibile imperfezione. Sovente la malattia rimanda
all’imperfezione del corpo, ad un deterioramento dell'immagine corporea, e
per effetto di ciò a uno stato di perdita di Sé. Quindi, non è
con il corpo malato, ma con il vissuto che bisogna dialogare, con il corpo che
vive, con le sue emozioni, per aiutare il soggetto malato ad individuare le
autentiche ragioni della propria crisi, che non sempre corrispondono al danno
biologico. E’ importante, quindi, ascoltare il paziente ed il suo disagio,
partendo da quello che lui desidera dire, entrando in contatto con le sue
emozioni ed evitando che la malattia diventi l’unico argomento di cui
parlare.
Un altro aspetto tipico
dell’adolescenza è il conflitto autonomia-dipendenza. Nel caso del
diabete tale conflitto è ampliato: la malattia tende a mettere in scacco
il bisogno di autonomia dell’adolescente e a farlo regredire verso
ulteriori richieste di protezione e di dipendenza. I genitori, d’altro
canto, sentendo la necessità di tutelare la salute del figlio, e anche
una maggiore responsabilità verso il figlio malato, sono portati a
limitare l’autonomia dell’adolescente, esasperando un controllo che
poi predispone i ragazzi a ribellarsi e sottrarsi ancora di più alle
norme sanitarie richieste, sia riguardanti l’alimentazione, più
frequenti nelle femmine, che il dosaggio insulinico. Il rifiuto di fare le
iniezioni o la dieta è la sfida. L’iperprotezione, quindi, può
essere controproducente ed è importante, invece la graduale
responsabilizzazione, in modo proporzionale al livello di maturazione
psicologica e cognitiva raggiunto.
La prevenzione delle complicanze a
lungo termine è una motivazione inefficace per migliorare il controllo
metabolico: il ragazzo diabetico, come ogni adolescente, è incapace di
proiettare se stesso nel futuro. Questa è la radice di molti conflitti
nelle famiglie con i genitori proiettati e preoccupati del futuro dei figli e
gli adolescenti in grado di collaborare solo in relazione al presente. In questa
fase, è bene da parte del medico tollerare un controllo metabolico
lontano dall’ottimale, con una contrattazione concordata e con una
pianificazione comune di obiettivi terapeutici e comportamentali definiti a
breve termine, riducendo il rischio di un’assenza totale di compliance.
Nell’adolescenza molto importante
diventa il gruppo dei coetanei, che acquista la connotazione di figura di
riferimento per la maturazione della propria identità socioculturale.
Da un punto di vista psicologico, si
è rivelato utile un approccio in cui è stata favorita la funzione
del gruppo, utilizzando gli spunti verso l’autonomia. Incontri di gruppo
specificatamente rivolti agli adolescenti si sono rivelati utili, mentre i
soggiorni educativi sono un altro importante tassello nel quadro della
formazione. Il "campo" rappresenta spesso la prima opportunità
di acquisire una temporanea autonomia dai genitori, contribuendo all'assunzione
graduale di responsabilità della propria autogestione. Lo scambio con i
coetanei, inoltre, favorisce il superamento della fase di isolamento in cui
molti ragazzi si trovano.
Gli incontri di gruppo con gli
adolescenti diabetici si sono strutturati secondo lo schema seguente:
Il gruppo era costituito da 12
adolescenti. Si sono effettuati altrettanti incontri di gruppo con adolescenti e
famiglie, tenuti da 2 psicologhe. Per tutti i pazienti l’esordio della
malattia era avvenuto dagli 11 ai 14 anni.
Lo scopo è stato quello di
facilitare la comunicazione tra adolescenti, stimolando i ragazzi a parlare di
se stessi, prima che del diabete, valorizzando gli aspetti della personalità
ed enfatizzando l’autonomia. Si è cercato di far emergere le
emozioni dell’adolescenza, introducendo solo negli ultimi incontri i
concetti relativi alla malattia, cercando di incoraggiare i più difesi.
L’esperienza coi gruppi dei
genitori ha evidenziato come i genitori tendano a centrare la loro relazione con
i figli quasi unicamente sulla malattia: Attraverso il controllo
sull’autonomia piuttosto che sull’alimentazione del figlio essi
hanno un controllo sul cambiamento dei figli in quanto adolescenti.
L’adolescenza, infatti, provoca paura e ansia.
Il senso di colpa per la malattia
favorisce ancora di più il controllo, ma nel momento in cui si sposta il
problema riferito al genitore, centrando l'attenzione sull'adolescenza e sul
cambiamento,il gruppo riesce a far veicolare e circolare meglio la
rielaborazione di tutto ciò. Il fatto di conoscere che i problemi
relazionali con i figli adolescenti appartengono anche ad altri genitori
sdrammatizza il problema e fa si che il rapporto con il figlio adolescente non
sia di iperprotezione, ma di graduale responsabilizzazione.
I risultati (parametri ematochimici e
valori metabolici valutati contestualmente e dopo 6 mesi dall'applicazione del
programma) hanno messo in evidenza un miglioramento della conoscenza della
malattia ed una migliore compliance con risvolti positivi sul trattamento
stesso.
In conclusione, l’educazione del
ragazzo e della famiglia, con un’attenzione agli aspetti psicologici,
costituisce il cardine essenziale perché si possa raggiungere l’obiettivo
di migliorare la qualità della vita del paziente e prevenire le
complicanze attraverso la necessaria compliance al trattamento stesso.
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