RAPPORTO CON I CLINICI

  • RAPPORTO MEDICO – PAZIENTE

"Effetto placebo del medico": formulare una diagnosi, spiegarla in termini accessibili ha già un effetto psicoterapeutico.
Dobbiamo a Balint la descrizione di come medico e paziente partecipino allo stesso modo al processo di "etichettamento e organizzazione" della malattia (importanza della qualità dell'ascolto).
Balint parte dal presupposto che nel rapporto medico-paziente sussista un enorme potenziale terapeutico non sfruttato.
Il clima psicologico di tale rapporto influenza fortemente il corso della malattia, soprattutto se cronica (il paziente può trovare nel medico un costante appoggio).
Dove si riesce a stabilire precocemente una buona relazione con il diabetologo e con i clinici in generale vi è una maggiore accettazione della realtà di malattia.
Per i preadolescenti e gli adolescenti, l’intervento educativo deve avere lo scopo di prevenire le future difficoltà ed assicurare l’accettazione della malattia nei suoi limiti e nella sua cronicità, di stimolare l’autonomia in generale, di favorire la socializzazione e la fiducia nelle proprie possibilità.
E’ necessario un approccio medico e psicologico integrato che fornisca un sostegno alla famiglia e al ragazzo fin dall’esordio della malattia, che si ponga come obiettivo prioritario il raggiungimento di una corretta autogestione.
Occorre tenere sempre presenti i bisogno e le motivazioni dei ragazzi.
Per questo è importantissimo, oltre al rapporto individuale con i singoli pazienti e le loro famiglie in una prospettiva multidisciplinare, l’organizzazione di gruppi di discussione, di gruppi di auto-aiuto che servano sia ai ragazzi che ai genitori a metabolizzare psichicamente la gestione alimentare, il trattamento insulinico e soprattutto a modulare i più vari aspetti della quotidianità, da quelli comportamentali a quelli emotivi ed istintuali

  • RAPPORTO CON IL PAZIENTE DIABETICO

Il problema del malato cronico va considerato soprattutto in base alla globalità della persona. Nel diabete il rapporto tra aspetti somatici, psicologici e sociali è particolarmente complesso: la situazione emotiva spesso è determinante nel favorire o peggiorare l’andamento della malattia.
 Il problema del paziente diabetico è innanzitutto di istituire un equilibrio con una malattia cronica dove esistono però degli effettivi mezzi terapeutici.
Ne consegue che l’accettazione della propria situazione costituisce solo un primo passo verso un equilibrio tale da permettere di convivere con la propria malattia.
I pazienti diabetici, che vivono in continuo stato di allerta e d’impotenza per un problema che non viene dall’esterno ma che è di dentro di loro, possono avere a volte degli atteggiamenti di forte sottomissione e dipendenza orale nei confronti del medico.
Il rapporto con il paziente diabetico deve basarsi invece su una vera collaborazione al fine di un buon lavoro da compiere insieme.
Non è un "fai da te" ma un "ponte che unisce medico e paziente".
Ed è nella realizzazione di questo rapporto che s’inseriscono altre professionalità (infermiere professionale, dietista) quale quella dello psicologo.

  • MOMENTO DELLA DIAGNOSI

La prima modalità d’aiuto che i sanitari possono offrire è quella dell’ascolto: nessuno, bambino o genitore, si deve sentire impossibilitato a rivolgere domande, a dare consigli, ad esprimere le proprie paure. E’ attraverso la parola che si arrivano a conoscere e quindi ad affrontare le paure.
Il linguaggio scientifico diviene inadatto alla comunicazione interpersonale perché non calcola le emozioni provocate dalla sua perentoria freddezza.
Vi è una stretta relazione tra le emozioni iniziali e la successiva disponibilità ad essere educati all’autocontrollo e all’autogestione.
L’orientamento più avanzato di cura del diabete infantile consiste in un approccio medico-psicologico centrato sull’individuo visto nella sua globalità somato-psichica e contemporaneamente in un intervento che includa l’intera famiglia e l’ambiente sociale in cui è inserito.
Soprattutto per quanto riguarda il bambino, fondamentale è l’atteggiamento genitoriale per l’instaurarsi di un corretto rapporto con il personale sanitario e la malattia stessa.
Il primo problema con cui i clinici si devono confrontare è la difficoltà a comunicare la diagnosi di malattia cronica ai familiari.
In questi momenti la diade genitore-figlio ha bisogno di trovare appoggio nella figura del medico: la disponibilità e l’accessibilità sono d’enorme importanza in quanto riescono a contenere l’ansia del genitore.
Fronteggiare da solo l’angoscia del genitore è molto difficile per il medico che necessita dell'apporto d’altre figure professionali.

  • RAPPORTO TRA I CLINICI E I RAGAZZI DIABETICI E LE LORO FAMIGLIE

Il rapporto clinico-paziente è un importante ambito in cui si giocano le difficoltà emozionali relative al vissuto angoscioso di malattia.
E’ difficile stabilire qual è l’atteggiamento "giusto" da assumere nei confronti del paziente diabetico: il contesto familiare e l’atteggiamento psicologico del paziente "in quel momento" sono determinanti " nell’aggiustare il tiro" delle richieste d’adeguamento alle regole e all’autocontrollo.
La figura del sanitario spesso, sia per il bambino che per il ragazzo diabetico, si carica d’ immagini negative legate alle iniezioni, alle restrizioni dietetiche, alle indagini cliniche, ai ricoveri ospedalieri e all’osservazione continua delle regole.
Spesso i giovani sperimentano sentimenti di dolorosa solitudine di fronte alla propria malattia: soprattutto gli adolescenti possono attribuire al medico una capacità di comprensione solo "tecnica".
Alcuni bambini, più spesso gli adolescenti ed in alcuni casi i genitori stessi, mentono sulle condotte e falsificano il diario clinico: in questa modalità è anche inscritto il tentativo di rompere il legame di dipendenza dal medico e anche dai regimi terapeutici e di affermare l’autonomia e la libertà.
Il concetto stesso di "educazione" sembra costituire uno spazio fantasmatico in cui la figura del medico, in particolar modo se ha seguito il paziente fin da bambino, può essere vissuta come rappresentante della figura genitoriale e può essere oggetto di "identificazione proiettiva" sia da parte dei pazienti che degli stessi genitori.
Dove si riesce a stabilire precocemente una buona relazione con il diabetologo e con i clinici in generale vi è una maggiore accettazione della realtà di malattia.
Per i preadolescenti e gli adolescenti l’intervento educativo deve avere lo scopo di prevenire le future difficoltà ed assicurare l’accettazione della malattia nei suoi limiti e nella sua cronicità, di stimolare l’autonomia in generale, di favorire la socializzazione e la fiducia nelle proprie difficoltà.
E’ necessario un approccio medico e psicologico integrato che fornisca un sostegno alla famiglia e al ragazzo fin dall’esordio della malattia, che si ponga come obiettivo prioritario il raggiungimento di una corretta autogestione.
Occorre tenere sempre presenti i bisogni e le motivazioni dei ragazzi.
Per questo è importantissimo, oltre al rapporto individuale con i singoli pazienti le loro famiglie in una prospettiva multidisciplinare, l’organizzazione di gruppi di discussione, di gruppi di auto-aiuto che servano sia ai ragazzi che ai genitori a metabolizzare psichicamente la gestione alimentare, il trattamento insulinico e soprattutto a modulare i più vari aspetti della quotidianità, da quelli comportamentali a quelli emotivi ed istintuali.


BIBLIOGRAFIA

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 Annetta Vieri


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